Qualcuno doveva prima o poi dare il giusto risalto alla figura di Katsuhiko Nishijima, infaticabile animatore e regista la cui firma appare su produzioni caratterizzate da un distinto quanto irrefrenabile “fan-service delle mutandine”, che di fatto lo rese celebre in patria tra la seconda metà degli anni Ottanta e i primi Duemila, trovando però, per una serie di circostanze, terreno fertile anche tra gli appassionati oltreoceano. Project A-ko, esplosiva pellicola di debutto di Nishijima uscito nei cinema giapponesi il 21 giugno del 1986, lo si può infatti inquadrare da due punti di vista geograficamente opposti, quello giapponese, e quello americano, scoprendo che questo piccolo, sciocco e apparentemente innocuo film d’azione ha avuto un ruolo a suo modo determinante per entrambi i mercati.
Eiko “A-ko” Magami è una ragazza dotata di forza e velocità sovrumane, che tiene sotto controllo attraverso degli speciali bracciali che indossa sempre. Accompagnata dalla sua migliore amica Shiko "C-ko" Kotobuki, A-ko si prepare a frequentare la sua nuova scuola di Graviton City, la città tecnologicamente più avanzata del mondo, dove dovrà barcamenarsi tra furiose rivalità scolastiche e...un'invasione aliena.
Cream Lemon si dimostra infatti un’insospettabile fucina di talenti del settore, alcuni dei quali già nel giro di produzioni OAV o seriali dell’epoca, come Kōji Itō (key animator di Leda, Crusher Joe) e Toshihiro Hirano (creatore e regista di Dangaioh e Iczer One, tra le altre cose), mentre molti altri troveranno in Cream Lemon il proprio debutto come animatori chiave o character designer, in un contesto creativo che li vede liberi di esprimersi senza freni inibitori. In particolare, è l’episodio 4, che precede quello della seconda avventura sessuale di Ami, dal titolo Pop Chaser, a spiccare su tutti gli altri, potendo vantare tra i nomi coinvolti una rosa che farebbe impallidire buona parte delle produzioni animate mainstream degli anni successivi: Hiroyuki Kitakubo (Robot Carnival, Roujin Z, Blood: The Last Vampire) alla regia e Yuji Moriyama (Urusei Yatsura, Maison Ikkoku) al character design, capeggiano un’inconcepibile squadra di animatori composta da Kazuaki Mori (Votoms, Ideon: Be invoked) Hiroaki Goda (Bubblegum Crisis, Oh My Goddess!), Mahiro Maeda (Laputa, Gunbuster), Hideaki Anno (Fushigi no umi no Nadia, Neon Genesis Evangelion), Hirotoshi Sano (RahXephon, Cowboy Bebop), e svariati altri, buona parte accreditati sotto pseudonimi o utilizzano hiragana al posto dei kanji. Provando ad elencare a qualcuno una lista del genere, anche ferrato di animazione giapponese, probabilmente gli verrebbe in mente chissà quale film d’autore, e invece siamo davanti ad un episodio di una serie hentai del 1985. Ma ciò che ci interessa è che tra i nomi meno noti figura anche quello di Katsuhiko Nishijima, qui al suo debutto assoluto nell’importante ruolo di animatore chiave.
Cream Lemon 4: Pop Chaser (1985) promotional illustration - Yoshiyuki Sadamoto
Il materiale è poco e le interviste a Nishijima pure (in particolare una, abbastanza nota, del numero di maggio 1986 di Animage), pertanto, non è del tutto chiaro come e in quale momento Project A-ko sia stato promosso da episodio antologico della suddetta serie erotica a film d’animazione mainstream, il primo prodotto da A.P.P.P. Quello che sappiamo è che la prima bozza di A-ko è un doujin di Takashi Akaishizawa risalente al 1984, presumibilmente, la lavorazione del film è iniziata poco dopo, in concomitanza con i primi episodi di Cream Lemon. In questo lasso di tempo, tra la metà del 1984 e il 1985, A-ko appare di sfuggita in diversi episodi di Urusei Yatsura, serie su cui parte dello staff di A.P.P.P è ancora impegnato; seppur con capelli castani, la si intravede tra gli studenti del liceo Tomobiki, dall’episodio 119, animato da Moriyama, all’episodio 160, animato da Nishijima. Oltre che alla serie Pierrot, è evidente che la codifica di Project A-ko, la sua genesi creativa e stilistica, sia rintracciabile in Pop Chaser, distribuito il 13 marzo del 1985, giacché buona parte dello staff verrà poi coinvolto nella lavorazione del lungometraggio. Le intuizioni presenti nei ventisette minuti di follia di Pop Chaser degne di essere registrate in retrospettiva sono uno scenario totalmente anarchico e indeterminato, che mescola ambientazione western, fantascienza e un saloon con cameriere in divise alla marinaretta che ti accolgono come in un maid cafè, deflagrando poi nel ritmo incalzante del regolamento di conti con la banda di predoni, ovviamente splendidamente animato, visti i nomi coinvolti. Qui la narrazione viene inevitabilmente meno, e si lascia spazio a quell’immaginario otaku da produzione home video di puro sfogo creativo, dove conta più il come riempire il minutaggio animato, piuttosto che il contenuto. Come risultato, nella forza cinetica e animata di questo vero e proprio mediometraggio prende sostanza una visione divertente e divertita, tra amori volubili, scontri a fuoco e un climax che fonde letteralmente lo zenit esplosivo finale alla Yatterman con il sincrono raggiungimento orgasmico della bella rapita, lasciando lo spettatore forse anche un po’ tramortito da ciò a cui ha appena assistito.
La protagonista Ryou, mascolina action girl, contrapposta alla più femminile e moe (ma decisamente promiscua) Mai, si potrebbe definire il personaggio-prototipo di A-ko, ma possiamo trovare tracce di Pop Chaser in Project A-ko anche nella dinamica della mistress contesa tra due rivali, rappresentata nel film da C-ko, che diviene interesse ossessivo da parte di Biko Daitokuji, facendo scaturire il confronto con la protagonista dalla chioma rossa. Per inciso, i termini “A-ko”, “B-ko” e “C-ko" vengono spesso impiegati negli schizzi preparatori e negli storyboard per definire “Ragazza A, B e C” allo scopo di spiegare in maniera semplice l’incipit di una storia e il suo intreccio, prima ancora che vengano scelti i nomi definitivi, ma non è l’unica curiosità del film. La professoressa Ayumi è inequivocabilmente modellata su Creamy Mami e il capitano degli invasori spaziali, Napolipolita, indossa un mantello e beve il vino come il ben più noto Capitan Harlock, oltre ad avere la voce di Shūichi Ikeda, ovvero lo storico doppiatore di Char Aznable di Mobile Suit Gundam, con chiaro intento parodistico. Daisuke Gōri, potente interprete di personaggi come Heihachi Mishima di Tekken e Mr. Satan di Dragon Ball Z, presta la sua voce alla possente Mari in stato di furia in quello che è probabilmente il suo unico ruolo “femminile”, mentre una debuttante Megumi Hayashibara interpreta la ragazza con gli occhiali Ume in una delle sue primissime esperienze.
Nel corso di circa 80 minuti, la regia di Katsuhiko Nishijima non trova freni, forte della dinamica ed espressiva arte di Yuji Moriyama perfettamente in conforme con la scuola di Kanada/Itano che ha caratterizzato il decennio, che guarda però anche al futuro (impossibile non intravedere l'evoluzione dello stile di Atsuko Nakajima, futura character designer di Ranma½) trovando nella totale anarchia il grimaldello per scardinare il codice di riferimento di un genere, l’action comedy ecchi, che farà suo, con in mezzo una battaglia spaziale non necessaria, nel suo essere puro sfoggio animato di esplosioni e raggi (e lattine di Pepsi Cola lanciate da un caccia terrestre, giocando un po’ con i fermo immagine). Il fulcro sta nella dialettica sul confronto/scontro femminile che è insita nella rappresentazione duale tra A-ko e B-ko, tanto sciocca nel pretesto narrativo ma bastante a trascinare con sé il caos e l’accelerazione degli eventi.
Project A-ko viene proiettato insieme al mediometraggio musicale Tabidachi – Ami Shūshō, con protagonista la Ami di Cream Lemon. Nella fase promozionale del film, Nishijima dichiarerà, tra le pagine di Animage: “Project A-ko è un film che Mamoru Oshii e il suo team non potrebbero mai realizzare”. Ma perché, fra tutte le personalità di quel periodo, ha citato proprio il futuro regista di Ghost in the Shell? Le ragioni sono da attribuire tanto alle tendenze stilistiche di quel periodo, quanto ai trascorsi di alcune figure chiave provenienti da Urusei Yatsura. Nel 1984, Oshii lasciò lo staff di Urusei Yatsura e il suo impiego presso lo Studio Pierrot per iniziare a lavorare ai propri progetti. Yuji Moriyama, che ha lavorato al fianco di Oshii come suo vice considerandolo il suo mentore, ha dichiarato: "La troupe [di Project A-ko] era composta principalmente da persone che avevano lavorato a Urusei Yatsura. Inizialmente, quella serie TV era diretta da Mamoru Oshii, ma si è dimesso durante la lavorazione, lasciando lo staff demotivato. Eravamo pronti a passare a qualcosa di più interessante, qualcosa in cui potessimo davvero impegnarci a fondo. Coloro che condividevano questo sentimento si sono riuniti e hanno fatto un brainstorming, e questo film è il culmine di tutte le nostre idee." Sebbene sia Oshii che il gruppo che ha poi realizzato Project A-ko traggano radici e influenze da Urusei Yatsura, i loro risultati successivi non potrebbero essere più diversi. L'obiettivo di Project A-ko era incentrato sulla spinta a realizzare un'animazione interessata al puro intrattenimento, piuttosto che esplorare idee filosofiche. Moriyama ha poi affermato: "Le tendenze di quel periodo si stavano orientando favorevolmente verso opere più serie, ricche di significato e temi profondi. Era un periodo frustrante per gli animatori che amavano animare. A-ko è stato un tentativo disinibito di mettere da parte tutto ciò, di offrire un po' di divertimento spensierato, di realizzare un film d'azione che fosse divertente da girare e da guardare. Credo si possa dire che fosse un anime per animatori. Animatori che volevano animare grandi scene d'azione ma non potevano, si sono riuniti per questo progetto e hanno dato libero sfogo alla loro creatività." In effetti, è difficile pensare che un animatore di Cream Lemon e Project A-ko, possa divertirsi ad animare una scena in cui due uomini adulti discutono di guerra e pace con sullo sfondo la baia di Tokyo, possiamo sotto un certo punto di vista considerare questa presa di posizione, da parte di Nishijima e Moriyama, come un segmento scissionistico inserito in un più ampio quadro di cambiamenti avvenuto a metà anni Ottanta, scaturendo in due modi di vedere l’animazione giapponese.
Si accennava all’inizio dell’impatto che ha avuto Project A-ko sull’allora nascente mercato statunitense degli anime. Il lungometraggio diretto da Katsuhiko Nishijima fa parte di quella cerchia di opere di quel periodo (fine anni Ottanta) che, per una serie di circostanze, ha introdotto il pubblico statunitense ad un'animazione nipponica più adulta, rispetto a quella a cui erano abituati. Il distributore, l’oggi defunto Central Park Media, è noto per aver portato nei cinema americani Urotsukidōji: Legend of the Overfiend, serie di OAV horror celebre per aver fatto conoscere ad ignari avventori di polverose videoteche il tentacle rape, inaugurando la divisione "Anime 18", sia in formato sottotitolato che doppiato. Project A-ko riceve un trattamento non dissimile: la versione sottotitolata arriva nel 1991 insieme a Dominion Tank Police e M.D. Geist, mentre nel 1993 riceverà un doppiaggio in inglese sotto l’etichetta britannica (presente per un certo periodo anche da noi) Manga Entertainment, diventando immediatamente un cult tra i giovani appassionati d’oltreoceano. Parimenti ad un Bubblegum Crisis o a Battle Angel Alita, il film diviene oggetto di numerose analisi e recensioni da parte di giornalisti statunitensi di testate anche importanti come Los Angeles Times, che si ritrovano davanti ad una tipologia di prodotto a cui, molto semplicemente, non erano abituati. Michael Floeres, sulle pagine del Chicago Tribune, si sofferma sull’interesse romantico che B-ko prova nei confronti di C-ko, che il critico definisce platonico, menzionando un’usanza (forse un po’ desueta) del Giappone, presente in molte serie TV, secondo la quale le donne non entrano stabilmente in contatto con gli uomini fino alla maggiore età, motivo per cui, in determinati contesti come gli istituti femminili, può capitare che le studentesse instaurino dei rapporti molto “stretti” fra loro, prima di diplomarsi e lasciarsi tutto alle spalle. Sebbene vi sia un fondamento in questo ragionamento (e l’animazione giapponese nel corso dei decenni ci ha anche abituato a certi cliché), è difficile non pensare alle origini di Cream Lemon, a Pop Chaser e al fatto che nelle intenzioni iniziali, quello fra le tre protagoniste fosse un vero e proprio triangolo amoroso, di cui è rimasta una traccia seppur edulcorata a profonda amicizia, ma è comunque interessante leggere pareri e reazioni dell’epoca da parte di chi non era del tutto avvezzo a questo genere di narrazione.
Nel 2021, Discotek Media propone una spettacolare edizione restaurata in blu-ray di Project A-ko, mai uscita neanche in Giappone, a riprova dello stato di culto che questo film ha guadagnato in Nord America. Inizialmente prevista come un upscaling della versione Laserdisc con l’ausilio delle tecnologie Domesday Duplicator e AstroRes, la società riesce a recuperare una pellicola originale in 35 mm, che si pensava fosse andata perduta, conservata al Tokyo Genzōsho, ed operare direttamente su quella. Tra i contenuti extra è presente una serie di nuove interviste con i compositori Richie Zito e Joey Carbone, e le cantanti Anie Livingstonn e Samantha Newark, che hanno contribuito alla colonna sonora del film.
Per quanto riguarda l’Italia, PolyGram Video porta la VHS di Project A-ko sugli scaffali nel 1997, su licenza della britannica Manga Entertainment, con un cast di doppiatori diretto a Milano dalle inevitabili vibes mediasettiane composto da Cinzia Massironi, Federica Valenti e Claudio Ridolfo, tra gli altri. Dopo questa fugace apparizione, il film non ha mai ricevuto una pubblicazione italiana in DVD né è stato oggetto di interesse da parte di altri editori nostrani, che evidentemente a recuperi di importanza storica preferiscono svuotare le sale dei cinema con improbabili collage di episodi. In Giappone e in Nord America le avventure di A-ko continueranno in altri tre sequel destinati all’home video, ma nessuno di questi si avvicina neanche lontanamente alla qualità del film originale, che rimane ineguagliato, nel suo essere un profluvio di invenzioni stilistiche, di cambi di rotta improvvisi, di incontri tra generi in forme esagerate sempre sorprendenti e divertite. Nishijima, Moriyama e compagni, pur senza togliersi di dosso l’ingombrante eredità di Urusei Yatsura, iniziano a confrontarsi con la libertà creativa e il fan-service più esaltato e sregolato del mercato home video, ad assaporare l’aria del tempo e a muoversi in direzioni che ci ricordano ancora una volta le potenzialità del mezzo animato di puro intrattenimento.
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